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24 maggio 2017

INTERVISTA - Wallace Lee e Rambo Year One

Oggi su Peccati di Penna: Wallace Lee. Conosciamolo meglio...

Wallace Lee, scrittore, ghost writer e copywriter, vive a Vicenza e ha un master in editoria.
Nel 2015, grazie al benestare dello scrittore di fama mondiale DAVID MORRELL, Wallace ha condiviso gratuitamente online un romanzo-prequel di RAMBO, la famosa saga cinematografica interpretata da Stallone. Dopo la sua uscita, RAMBO YEAR ONE è stato tradotto dai suoi fan – con l'aiuto dell'autore - in Inglese, Tedesco e presto anche Spagnolo, e ha ricevuto critiche positive e premi letterari in Italia, USA, Inghilterra e Germania, tra cui spicca soprattutto il parere di un giornalista di cultura della BBC e del premio letterario CALVINO, che pur non premiando YEAR ONE l'ha comunque giudicato 'un libro splendido'.
Wallace ha poi continuato la sua saga-prequel pubblicando due romanzi-seguito (BAKER TEAM e POINT OF NO RETURN), confermando il successo del primo volume e diventando a tutti gli effetti uno scrittore di 'culto', ovvero uno scrittore sconosciuto ai più, ma davvero molto amato dai suoi lettori.

Benvenuto su Peccati di Penna Wallace Lee, Quando hai scoperto la passione per la scrittura?
A 14 anni. Da allora non ho mai smesso di scrivere, salvo qualche pausa lunga ogni tanto, ma mai più di qualche mese. Quest'anno, faccio 25 anni passati a scrivere. Già. Gli anni passano...

Qual è stato il tuo primo testo?
Qualche anno prima di cominciare a scrivere regolarmente, in terza elementare, a scuola, durante il mio primo tema libero. Ho scritto un racconto dell'orrore per la gioia della mia maestra. In senso ironico, ovviamente. È rimasta abbastanza senza parole.

Quale genere letterario ti è più affine? Quale invece non riesci a leggere e/o a scrivere?
Il tema che sento più affine è l'orrore, perché la vita stessa è un film dell'orrore. O la guerra. Ecco solo la guerra – secondo me - mostra il mondo per quello che è davvero: un posto orrendo, dove se uno vuole uccidere uccide, stupra, distrugge e non lo ferma nessuno. Guardate cosa sta succedendo in Turchia, per esempio, o in Venezuela: questi sono paesi dove la storia sta andando indietro, invece che avanti.
Il genere invece che non ho mai scritto nemmeno una volta, da quando sono nato, è l'autobiografia, l'autobiografia romanzata o l'autobiografismo esistenziale. La mia scrittura è tutta proiettata all'esterno. È una ricerca, un tentativo di capire l'incomprensibile attraverso delle trame. È un genere che non stimo perché secondo me chiunque sa raccontare 'i fatti suoi' col cuore. Viceversa, raccontare col cuore – e sottolineo col cuore - una trama completamente inventata... Ecco, quello è tutto un altro paio di maniche. Ed è lì che si vede quanto uno scrittore valga davvero.

Come è stato il tuo percorso verso la pubblicazione dei romanzi della saga di Rambo Year One?
Per due anni, i detentori dei diritti sulla saga di Rambo hanno cercato di censurare in tutti i modi i miei scritti di fanfiction. Non volevano proprio che un prequel di Rambo venisse mai scritto, nemmeno gratuitamente. Poi ho incontrato in chat David Morrell, scrittore di fama mondiale e creatore di Rambo, e sono riuscito a parlarci. Lui mi ha concesso di dare alla luce i miei romanzi a condizione che fossero gratuiti. Ecco perché ho deciso di autopubblicare gratuitamente anni di lavoro. Perché era comunque meglio che farli marcire per sempre dentro un cassetto.

Come è nata l’idea di Rambo Year One? Cosa ti ha ispirato?
All'inizio nulla. Giuro. Stavo facendo un esercizio di ghostwriting con personaggi a caso provenienti da vari film, quando ho capito che se avessi scritto dei racconti sul giovane Rambo in Vietnam, sarebbero stati molto belli. Forse perfino ottimi. Poi, quando ho avuto la sensazione che potessero diventare il mio lavoro migliore di sempre, ho continuato a oltranza. Ho deciso di andare ovunque mi avrebbero portato, senza farmi domande. Solo in un secondo momento ho capito perché hanno funzionato. Quando un'idea ti ispira molto, il più delle volte non c'è una vera spiegazione, ma stavolta c'era. Sono appassionato di Vietnam da tutta la vita: ho letto tantissimi libri fin da quando ero ragazzo. Rambo è diventato una sorta di alibi per affrontare un argomento che in realtà avevo dentro da tutta la vita, e su cui avrei dovuto scrivere un romanzo molti anni fa.

Quanto c’è di te in Year One? Quanto c'è della tua vita nei tuoi romanzi?
http://ramboyearone.com
Nulla. Come ho detto, la mia scrittura è tutta proiettata all'esterno. È creatività allo stato puro... O almeno, questo è quello che vorrei che fosse. La mia scrittura migliore – quando mi riesce, naturalmente - non è comunque solo creatività. È più come una seduta spiritica. Mentre scrivevo questa saga di Rambo ho cercato davvero 'di parlare' con quelli che in Vietnam ci sono morti per davvero. Giuro. Quello che ho cercato di fare, è stato scrivere le loro storie, non la mia. Solo i truffatori mettono in bocca ai morti quello che vogliono loro, ecco perché ho scritto YEAR ONE come l'ho scritto. Di mio, in quei romanzi, c'è solo il dolore. Una montagna di dolore che dovevo buttare fuori, e siccome quella del Vietnam è una storia estremamente dolorosa, si è fusa molto bene assieme a un dolore che avevo davvero dentro. Ma a livello oggettivo non c'è nulla; è tutto dietro le quinte, solo una sensazione di fondo che si sposava benissimo con quella trama. In definitiva, non c'è un solo episodio in sei romanzi che provenga da qualcosa che è successo a me. E questo per me è un vanto.

Hai mai affrontato il “blocco dello scrittore”? Come lo hai superato?
No, non l'ho mai avuto. Il blocco dello scrittore deriva dal fatto che molti scrittori non accettano di scrivere male. Già. Perfino Leopardi ha cestinato qualcuna delle sue boiate, quando gliene scappava una. Potete scommetterci quello che volete. Il trucco di certi sedicenti 'geni' della letteratura, è semplicemente 'non pubblicare tutto'. Il blocco dello scrittore arriva quando vuoi scrivere SOLO bene, e ti metti lì ad aspettare che l'ispirazione ti caschi in testa dal cielo così, per magia, mentre non stai facendo assolutamente nulla. Sì. Scrivere dei pessimi scritti, di tanto in tanto, non mi da alcun fastidio, perché quando scrivo qualcosa di palloso o banale poi non lo faccio leggere a nessuno. Anzi. Io scrivo male spesso, scrivendo le prime idee che mi vengono a caso pur sapendo quanto siano banali, e lo faccio come esercizio di stile. Poi butto via gli esercizi... E fine. E la cosa buffa, è che quasi tutte le idee migliori della mia vita, mi sono cadute in testa dal cielo mentre facevo dell'altro che non c'entrava assolutamente nulla. Quando questo succede, abbandono quello che stavo scrivendo (in genere un'idea molto modesta) per cogliere al balzo una palla molto migliore. È così che è nato YEAR ONE. Io pensavo che sarebbe diventato una raccolta di racconti, ma è finito per diventare una saga di sei romanzi, pensate un po'. Per me è questo il mestiere allo scrittore: cestinare tante porcherie, e lavorare seriamente solo su quel poco che vale per davvero, finché un giorno perfino le tue porcherie valgono qualcosa, perché ormai sei diventato davvero bravo.

E se ci pensate un attimo, nella vita di uno scrittore di questo tipo, non c'è spazio per il blocco dello scrittore. Non esiste proprio.

Cosa vuoi comunicare con il tuo Rambo Year one? E con gli altri due romanzi della tua saga?
Non c'è nessun messaggio nella mia saga. Niente di niente: nessuna morale superiore, nessun insegnamento, nessuna predica. La morale segreta di YEAR ONE si riduce a un: “È andata così”.
È così che si sono svolti i fatti”
“Adesso li conoscete”
Fine.
Questo perché l'arte è linguaggio irrazionale. Se avessi qualcosa da dire, diventerebbe linguaggio razionale e non sarebbe più arte. L'ossessione del messaggio è una cosa tutta Italiana in cui non credo per nulla. Anzi. Quello che voglio comunicare con Year One, è una storia: punto e basta. Poi okay, forse le singole vicende dei miei otto personaggi potrebbero contenere dei messaggi. Di certo la storia di Trautman contiene una spiegazione molto dettagliata di cosa gli Americani abbiano sbagliato in Vietnam. Forse, da alcune delle vicende dei miei personaggi, alcuni lettori trarranno perfino delle morali. Ma anche se fosse, sarebbero messaggi e morali in contraddizione tra di loro, perché è così che funziona questo mondo. E comunque, deve essere il lettore a dare le spiegazioni a me... Non io a lui. Questo perché, se ci pensate bene, le nostre vite non hanno mica un alcun senso. Tanto meno, hanno una morale.
La gente nasce, lavora tutta la vita, muore. Se è fortunata vive a lungo, se è sfortunata vive poco, ma non c'è nessuna morale dietro a tutto questo, niente di niente, dunque non vedo perché debbano averne una le storie dei miei personaggi, che per me sono storie vere a tutti gli effetti. Questo perché per me, YEAR ONE è qualcosa che è successo dentro di me, e l'ho trascritto esattamente così come si è svolto.

Cosa pensi del Self-Publishing?
Penso che sia un fallimento personale e di ogni altro scrittore. Gli altri pensino pure quello che vogliono, ma per me uno scrittore si auto-pubblica lo fa perché nessuna casa editrice pensa di poter fare dei soldi col suo lavoro. Dunque è un fallimento. Ho autopubblicato YEAR ONE perché costretto da motivi legali. Ma se ha avuto il successo che sta avendo anche all'estero, è stato soprattutto grazie al master in editoria che ho conseguito anni fa, che mi ha dato le conoscenze necessarie a fare anche il mestiere dell'editore. E vi assicuro che se non fossi stato anche l'editore di me stesso, adesso avrei zero lettori. Non dieci, né venti: zero. Perché è questo il destino del 99% dei libri usciti in self-publishing, ed è normale che sia così. La casa editrice è come la maccina per un pilota di Formula uno: puoi essere il pilota migliore del mondo, ma senza la macchina giusta sotto il sedere non vincerai mai. Guardate solo le mie tre copertine, poi provate a paragonarle a quelle degli altri romanzi autopubblicati che si trovano di solito online. E quello è solo un aspetto.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Finire questa saga 'alla grande'. Voglio che sia perfetta dall'inizio alla fine. Poi, continuerò curando tutte le traduzioni che ne seguiranno. Voglio ricavare il massimo da tutti i paesi in cui finalmente YEAR ONE sta cominciando a girare (USA e Inghilterra in particolare). Allora – e solo allora – spero di tornare dalle case editrici italiane da vincitore, e di convincerle a investire sui miei romanzi completamente originali.

Grazie a Wallace Lee per averci dedicato il suo tempo. In bocca al lupo per le prossime pubblicazioni e buona scrittura!

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