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1 maggio 2015

Pagina 69 #8 Il nostro gioco, sogni sospesi

Secondo Marshall Mc Luhan, per decidere se comprare un libro, bisogna affidarsi alla pagina 69. 
Se quella pagina ci catturerà, allora, molto probabilmente piacerà anche tutto il libro.
Con questa rubrica, Pagina 69, darò spazio alla pagina 69 degli autori che si proporranno.
 


La pagina 69 di  Il nostro gioco, sogni sospesi di Ilaria Pasqua, romanzo edito da Edizioni Leucoteca...

Disponibile su amazon.
Chissà cosa dicevano le mamme di quei ricconi quando scoprivano che i loro figli avevano scambiato la loro merenda. Mia madre si lamentava sempre di quest’abitudine, ma io tanto non lo facevo, perciò se ne stava tranquilla, diceva sempre, «con tutti i sacrifici che facciamo per fare avere una me- renda buona ai nostri figli.» E capii davvero bene i suoi scrupoli solo molto dopo. Dentro ai quaderni svettava sempre un “W IL DUCE” che li inaugurava, o il disegno di un tricolore. Io non ci disegnavo mai niente e a volte le maestre mi lanciavano un’occhiataccia come se avessi fatto qualcosa di male. Con le penne ero davvero un disastro, sgocciolavo sempre, facevo in continuazione macchie che non riuscivo mai a cancellare, non c’era talco o gesso che tenesse. Prendevo sempre punti in meno per questo. Preferivo usare le matite, quelle con le tre righe colorate come il tricolore, le gomme cancellavano meglio gli errori, e poi erano più saporite da mordicchiare, perché il legno era scoperto, non nascosto da quello strato esterno di smalto. Mi venne da pensare subito a Flaminia che non aveva ancora iniziato sul serio ad andare a scuola, e che forse non ci sarebbe più andata. Smisi del tutto di pensare, perché ogni pensiero finiva per riportarmi sempre allo stesso punto: che la nostra vita come la conoscevamo era del tutto finita. E che non si sapeva cosa ci avrebbe riservato il futuro. Strinsi al petto le ginocchia e lasciai Flaminia ad accarezza- re il suo coniglio, si era rilassata da quando era tornato il completo silenzio. A me invece aveva messo ancora più agitazione. Presi a battere le nocche sulle ginocchia senza fare rumore, sperando che Enrico fosse vicino. A quell’ora papà tornava a casa a bordo della sua bicicletta sgangherata, lo aspettavo sempre seduto sui gradini fuori dal portone. Lui scendeva, mi sorrideva e mi scompigliava i capelli, era una sorta di piccolo rito quotidiano.

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