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7 novembre 2018

SEGNALAZIONE + INTERVISTA - Bianca di polvere di Marianna Cimmino, in arte M. McLaw | Ianieri Edizioni

Bianca di Polvere nasce da un fatto realmente accaduto, ovvero la scomparsa prematura della sorella di una cara amica, mancata per overdose. Il romanzo è completamente inventato, ma quella è stata la molla che mi ha spronato a comunicare qualcosa che arrivasse al lettore in modo diretto...
M. McLaw


GENERE: Narrativa noir
PREZZO: ebook 9,90 € | cart. 14 €
PAGINE: 176

SINOSSI
Bianca è giovane, ha un lavoro, gli amici, una famiglia. E poi lei. La polvere. Bianca è cocainomane. Si droga per combattere il silenzio dentro cui è avvolta. Il mondo non l’ha mai compresa fino in fondo. E lei non ha mai compreso il mondo. Un giorno Bianca conosce Tommi. Insieme a lui scopre il potere dell’amore. Per un momento pensa di poter cambiare, salvare se stessa, pulirsi l’anima e ricominciare, ma ci sono troppe ombre nella sua vita.

“Chi è davvero Bianca?”, si chiede Tommi quando si rende conto che non sa nulla della donna che ama. Lo scopre all’improvviso ed è una scoperta violenta. Bianca è una cocainomane, una spacciatrice in affari con Stefano (il migliore amico di Tommi), ma soprattutto una donna sospettata di omicidio. Da questo momento niente è più come prima. E mentre il castello di sogni e di speranze crolla, Bianca inizia una lotta contro il tempo per provare a salvare se stessa e l’amore. Sarà la voce narrante di Stefano, l’amico di Tommi, a raccontarci la verità e a mettere insieme i tasselli di un puzzle complesso.

Bianca di Polvere è un romanzo intenso, la fotografia di un’epoca, la denuncia di una società votata al giudizio facile e alla superficialità.


Marianna Cimmino, in arte M. McLaw, nasce a Palermo nel 1987 e si trasferisce a Biella sin dai primissimi mesi di vita. Studia a Pavia, Milano e Manchester città che la vede innamorarsi dell’Inghilterra e della sua cultura liberale. Tra il 2007 e il 2014 mixa la sua passione per l’economia digitale a quella per la musica Techno, High Tech minimal ed Elettronica, alternando notti a tutto volume a serate silenziose, immersa tra le parole crude e irriverenti di Welsh e la saggezza sbronza di Bukowski.

Benvenuta su Peccati di Penna Marianna Cimmino! Quando hai scoperto la passione per la scrittura?
Grazie per avermi ospitato sul vostro blog e un grosso saluto a tutti i vostri i lettori! La mia passione per la scrittura è nata da bambina, in terza elementare per la precisione: adoravo il momento in cui la maestra di Italiano ci chiedeva di raccontare come avevamo trascorso il fine settimana, o le vacanze di Natale, o di Pasqua. Fu allora che scoprii come, scrivendo, potevo rendere la realtà più interessante inserendo dettagli suggeriti soltanto dalla mia immaginazione: la penna mi si parò dinnanzi in tutta la sua semplicità come un piccolo rifugio sicuro, una via che senza sconti mi concedeva la possibilità di assecondare la mia fantasia, plasmandola a seconda dei miei gusti personali. Così, quasi senza accorgermene, quell’anno il mio tema su tutte le insidie che i vari personaggi di un presepe immaginario si trovarono ad affrontare per raggiungere Gesù Bambino nella stalla vinse un posto nel giornalino di Natale della scuola. E se ne stava proprio lì, con mia immensa gioia, tra i temi dei bambini di quinta. Ma io ero solo in terza. A ripensarci, ancora gongolo per l’orgoglio!

Qual è stato il tuo primo testo?
La prima volta che mi cimentai nella scrittura in modo più ravvicinato e concreto fu in prima liceo quando, dopo essermi innamorata de ‘Il nome della Rosa’, che aveva saputo tenermi incollata ad ogni sua pagina senza concedermi di interrompere la voglia di scoprire come sarebbe andata a finire, allora mi sorprese una sorta di “illuminazione”: quel romanzo aveva rappresentato per me la prospettiva con cui amare profondamente il senso d’ogni parola che concorreva a crearne la sublime struttura, e ne rimasi colpita al punto da discuterne a lungo con il mio professore di lettere di allora. Adoravo scrivere e così, anche su suo suggerimento, provai a costruire il mio primo racconto: narrava dell’origine delle cose attraverso il bagliore delle stelle, che prendeva forma nell’oscurità soltanto dopo che un angelo aveva imparato a spiccare il volo. Affinché ciò fosse possibile però, l’angelo prima avrebbe dovuto conoscere il dolore della morte: in quella storia la bellezza delle cose del mondo aveva un contrappeso dato dal valore del dolore, una sorta di entità che nessun uomo avrebbe potuto evitare ma che, al tempo stesso, valeva tutta la pena di essere vissuto. Quel racconto è tutt’ora nel cassetto ma, quella piccola esperienza, mi aveva insegnato che la scrittura poteva fare molto di più che raccontare semplicemente la realtà: poteva darne un’interpretazione personale. Feci tesoro di quell’insegnamento e quando nel 2011 la sorella di una cara amica morì tragicamente di overdose ad un rave party nella Capitale, compresi che era giunto il momento di provare a trarre i frutti di quella semina, così iniziai a pensare di scrivere qualcosa che potesse fungere non solo da denuncia sociale, ma anche da strumento con cui dare un’interpretazione personale ai fatti reali: circa cinque anni dopo, ad inizio 2016, iniziai a ricomporre tutti i pezzi del puzzle creando una trama a partire dai vari passi che avevo scritto nel corso di quegli anni. Alla fine di quello stesso anno avevo un manoscritto e, giunto tra le mani di Valentina Cucinella, è diventato nel giro di un anno il mio primo romanzo, Bianca di Polvere, edito da Ianieri Edizioni.

Quale genere letterario ti è più affine? Quale invece non riesci a leggere e/o a scrivere?
Il mio amore per la lettura è tale da non farmi rinunciare quasi mai a nulla, anche se il noir è certamente ciò che prediligo: a diciannove anni ho scoperto Irvine Welsh grazie ad un compagno di università e, da lì in poi, nulla è stato più come prima! Amo l’irriverenza, adoro farmi travolgere da finali inaspettati, da realtà scomode e da parole fuori dalle righe: è come se la realtà ti fagocitasse in un mondo a parte, il mondo di quei libri, di quei personaggi e delle proprie vicissitudini. Soffri e ridi con loro fino a quando non ti ritrovi faccia a faccia con l’introspezione che affrontano e che, puntualmente, ti conduce ad interrogativi che spesso sottovalutavi.

Come è stato il tuo percorso verso la pubblicazione?
È stato un percorso per cui ringrazio fortemente la mia agente, Valentina Cucinella, con la quale ho fatto uno scrupoloso lavoro di editing sul testo. Valentina ha letto la mia bozza e poi, con grande professionalità, mi ha illustrato quali aspetti dovevano essere messi in evidenza con maggiore veemenza e quali criticità, invece, andavano riviste e smussate: ha tirato fuori il meglio di me e questo è stato l’ingrediente che ha fatto apprezzare il mio dattiloscritto a Mario Ianieri, dell’omonima casa editrice. Quest’esperienza mi ha insegnato che bisogna accettare le critiche e i suggerimenti degli esperti sul campo: sono un modo per confrontarsi con se stessi e migliorarsi, il modo migliore che esiste.

Come è nata l’idea di Bianca di Polvere Cosa ti ha ispirato?
Come vi dicevo sopra, l’idea di Bianca di Polvere nasce da un fatto realmente accaduto, ovvero la scomparsa prematura della sorella di una cara amica, mancata per overdose. Il romanzo è completamente inventato, ma quella è stata la molla che mi ha spronato a comunicare qualcosa che arrivasse al lettore in modo diretto, denunciando la realtà del consumo di sostanze tra giovani e giovanissimi: un capitolo, “Il Paese delle Drogaviglie”, deriva da una festa a cui ho realmente partecipato un paio di anni fa nel milanese e il cui sfondo, in quel momento, mi aveva profondamente scossa.

Quanto c’è di te in questo testo?
Di me c’è il dolore della perdita, quello che non dipende da te ma che le circostanze stabiliscono per te. Non solo: quasi tutti i personaggi, seppure romanzati e inventati, si delineano a partire da persone che ho conosciuto realmente e che, in un modo o nell’altro, hanno avuto un ruolo simbolico nella mia vita. Questo vale soprattutto per Stewie.

Hai mai affrontato il “blocco dello scrittore”? Come lo hai superato?
Scrivo ogni giorno e ogni tanto il foglio bianco mi travolge in tutto il suo indicibile candore: non mi stacco, non lo faccio mai. C’è sempre qualcosa da dire, qualcosa da scrivere, qualcosa da comunicare, qualcosa da raccontare, qualcosa per cui si ha un gran bisogno di sfogarsi: basta ascoltarsi, e il blocco se ne va così com’è arrivato. Almeno per me.

Cosa vuoi comunicare con il tuo Bianca di Polvere?
Che niente, in nessun caso, è mai davvero come sembra.

Cosa pensi del Self-Publishing?
Non sono snob nei confronti di chi persegue questa strada e confesso anzi che mi è capitato di leggere romanzi auto pubblicati che, a differenza di altri che hanno visto la luce attraverso l’editoria tradizionale, mi hanno trascinato dentro le proprie trame con molta più convinzione. Io parto da un assunto fondamentale: i lettori non sono stupidi. Un lettore sa riconoscere un prodotto di buona qualità, e questo vale per il Self-Publishing così come per l’editoria tradizionale. È vero, l’auto pubblicazione consente a chiunque di dire la propria attraverso i suoi contenuti senza una cernita adeguata ma, guardiamoci intorno: questo non è forse il mondo di oggi? Di questi tempi ormai tutti possono dire la loro, ovunque e in qualunque momento, basta avere uno smartphone. La cernita dei contenuti è opera diretta dei destinatari dei vari messaggi, siano essi canzoni, citazioni, o interi romanzi.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Sto lavorando al mio secondo romanzo e, sul mio canale IG TV di Instagram (@mclaw1107), sto curando una nuova video rubrica dedicata alla condivisione di tutte le mie letture: sono così tante che mi pare quasi un peccato tenerle tutte per me!

Grazie a Marianna Cimmino, alias M. McLaw, per averci dedicato il suo tempo. In bocca al lupo e buona scrittura!

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