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13 luglio 2017

INTERVISTA - Dario Villasanta e Nella pancia del mostro

Altro autore su Peccati di Penna: Dario Villasanta con Nella pancia del mostro edito Lettere Animate.

Dario Stefano Villasanta, classe ’72, è blogger e organizzatore di eventi culturali, nonché collaboratore ufficio stampa per diversi autori giallo/noir. Studi di Filosofia non terminati, un passato da cantante non professionista, scrive racconti fin da ragazzino, ma inizia a pubblicare romanzi solo nel 2014 (Il Migliore, Il Gioco del castello) e due raccolte di racconti brevi (Dalla cenere nel 2015 e Strade sporche nel 2016). Con Lettere Animate ha pubblicato Il Prezzo (2016) con cui ha vinto da autoprodotto un premio speciale al Premio Internazionale Città di Cattolica 2015, (il titolo di allora era Angeli e folli) e Nella pancia del mostro, da cui è stata originata la mini- tournée nazionale 2017 sulle storture della psico-giustizia nascosta.

Benvenuto su Peccati di Penna, Dario! Quando hai scoperto la passione per la scrittura?
Non l’ho mai ‘scoperta’, non in senso stretto. Ho imparato a leggere e scrivere a tre anni dopo che, a furia di rompergli le scatole per farmi leggere storie su storie, le mie sorelle preferirono insegnarmi direttamente l’alfabeto che sopportarmi. Da lì, ho iniziato e mai smesso. Se invece intendiamo la scrittura professionale, passione vera non l’ho mai avuta in realtà, ho solo sfruttato il mezzo che avevo per raccontare qualcosa che a me sembrava importante. Non amo molto l’ambiente editoriale e autoriale.

Qual è stato il tuo primo testo?
Il primo fu il secondo. Nel senso che pubblicai ‘Il migliore’ – un romanzo breve di formazione – nonostante non fosse il primo libro terminato, bensì una storia più leggera scritta in contemporanea a un romanzo più ‘pesante’. Serviva per metabolizzare la storia ben più cruda per cui stavo dando l’anima al diavolo.

Quale genere letterario ti è più affine? Quale invece non riesci a leggere e/o a scrivere?
Ma guarda che in realtà mica lo so. Posso dirti che mi piace la Storia, o il thriller psicologico, ma come lettore sono onnivoro. Da scrittore mi devo ancora scoprire perché, pur sentendomi spontaneo su tematiche noir o metropolitane, spesso avrei la curiosità di cimentarmi in qualcosa di divertente, o anche provato a raccontare sentimenti, come nel romanzo ‘Il Gioco del Castello’ che è stata una mia prova inedita e che, probabilmente, lo rimarrà quanto ad argomento.

Come è stato il tuo percorso verso la pubblicazione?
Veloce e incosciente, nel bene e nel male. Fu un gettarsi in pasto a lettori di ogni risma senza preparazione adeguata, lo ammetto, nemmeno per un autopubblicato. Imparai prendendomi elogi e bastonate, spesso sacrosante, ma invece di mollare decisi di fare meglio. Ruppi le scatole a chiunque per imparare qualsiasi dettaglio in più dell’attimo prima, finché effettivamente, di meglio lo combinai eccome e in fretta: vinsi (sempre da autoprodotto) un premio speciale al Premio Internazionale Città di Cattolica 2015 con ‘Angeli e folli’ (oggi reintitolato ‘Il prezzo’). Era passato solo un anno dal primo esperimento, sono stato veloce davvero, o no?

Come è nata l’idea di Nella pancia del mostro? Cosa ti ha ispirato?
Chiamarla idea mi suona stonato, molto. E non perché la tua domanda sia inopportuna, ma perché si tratta di esperienze realmente viste o vissute, almeno in parte, ancorché spesso romanzate. L’idea era partita già da Angeli e folli ed era la necessità puntigliosa di raccontare quelle tante, troppe realtà vicine e sconosciute di cui tanto a vanvera parla la gente, e non solo su Facebook, e dare un personalissimo e sentito calcio nel culo a dei pregiudizi da bar. Ma ormai l’Italia che ci ha abituati così, pertanto la vedo dura…
Uno sconosciuto si ritrova legato a un letto di contenzione, in una cella d’isolamento dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere. Di nuovo lì, perché? Domenico e Giulia, appena redenti da un passato ai limiti della legalità, apprendono la notizia dai giornali e credono si tratti di Dax, l’ambiguo amico di un’estate che ha cambiato le loro vite, tirandoli fuori dal fango, tra mezzi legali e scorciatoie da strada. Tra tentativi di mettersi in contatto con quel misterioso internato per scoprirne l’identità, e forse salvarlo da lì, e il tormento dei protagonisti per esorcizzare il loro passato recente, la storia percorre spietata la realtà italiana degli OPG, i vecchi manicomi criminali. Sullo sfondo, dentro e fuori la nefanda struttura sanitaria, si muove una schiera di personaggi minori, ugualmente protagonisti di una personale disperazione, che incontra quella di Domenico e Giulia ma che non può lasciare indifferente nessuno di noi.
Quanto c’è di te in questo testo?
Come detto sopra: molto, ma anche no. Perché, pur nel raccontare cose di cui so, ho mantenuto un salutare distacco nel maneggiarle, oppure mi sarei immedesimato a tal punto che sarei impazzito a mia volta.

Hai mai affrontato il “blocco dello scrittore”? Come lo hai superato?
Sono troppo giovane e inesperto per godere di tali esperienze. È un ‘male’ da privilegiati semmai, di chi ha scritto tanto e bene. Quando sento invece qualche esimio/esimia nessuno come, che butta in tragedia mezz’ora di sterilità, o mi viene da ridere o sospiro con sollievo, perché so che aspetteranno un altro poco per abbattere inutilmente altri poveri alberi. Rilassatevi, il pianeta vi è grato!

Cosa vuoi comunicare con il tuo Nella pancia del mostro?
In sintesi? Forse nulla, se non far sentire meno sole tante persone. Perché certi tipi di problemi e disagi non si dicono, non si ammettono, è come lo ‘sporco sotto il tappeto, si vivono come vergogna. Io alzo il tappeto, diciamo così, che questo sporco ce l’abbiamo in casa tutti, chi più chi meno

Cosa pensi del Self-Publishing?
È una risorsa importante e vitale, e storco il naso con chi storce il naso, ecco. Che diciamolo: le CE non investono un centesimo in promozione né nulla, non rispettano i contratti, di solito non pagano neppure se non dopo eoni, lavorano anche come e ti facessero un favore e non invece come qui guadagna su lavoro altrui, come in realtà è. Non so nel futuro, conosco anche autrici affermate che hanno provato e si sono trovate bene, altri non vogliono più una CE tradizionale. Beh, fanno bene. E se mi si obietta che ‘c’è troppa fuffa’, o ‘non è giusto che tutti possano pubblicare’, e altre cazzate simili rispondo: viva chi prova a pubblicare e dà un senso a 60 anni di scolarizzazione, per male che gli riesca; inoltre le CE non sono a guardia della qualità da un pezzo, e solo chi legge per finta può negarlo.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Qualcosa che non ha nulla a che vedere con l’editoria tradizionale, ma ancora è top secret. E mi viene da ridere, ma è la verità, perché ho il progetto di fare progetti.
Grazie dell’ospitalità Nel, un caro saluto te e a tutti i ‘peccatori’ di penna.

Grazie a te Dario. In bocca al lupo e buona scrittura!

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