10 marzo 2017

FOCUS ON #11 - Cosmic Dancer di A. Calandra | Personaggi

Nuovo appuntamento con la rubrica Focus On, oggi conosceremo i personaggi di Cosmic Dancer di A. Calandra.

TITOLO: Cosmic Dancer
AUTORE: A. Calandra
EDITORE: Self Publishing
GENERE: Urban Fantasy

TRAMA
È possibile impedire la distruzione della Luce sulla terra?
In un mondo in cui un massacro non fa più notizia e cancellare gli ultimi paradisi è solo parte del progresso, le persone nascono con sempre meno Luce e una volta morte si tramutano in Ombre, esseri senza coscienza che vagano in eterno, senza possibilità di passare oltre. Gli spiriti, che osservano il destino del mondo, decidono d’intervenire contattando le ultime Luci intatte sulla terra.
Saranno questi quattro giovani a dover invertire gli equilibri, percorrendo un cammino fatto di Ombre, amori spezzati e regole cosmiche infrante. Un compito impossibile per dei semplici umani, ma capiranno presto di essere molto di più.


PERSONAGGI

 : Luna Autari, 19 anni
Capelli biondi, lentiggini e grandi occhi verdi.
Una ragazza solitaria e un po’ stramba. Ha difficoltà ad entrare nelle dinamiche sociali dei suoi coetanei e tende a rifugiarsi tra le fantasie. 


Luna nasce a Roma il 2 di Ottobre. Conduce una doppia vita, da un lato è costretta ad andare a scuola e ad assolvere tutti i compiti che questa comporta, dall’altro non appena ha un po’ di tempo, se ne va in giro per la sua città senza una meta precisa, alla ricerca di qualcosa che le faccia brillare gli occhi.

Luna è una convinta vegetariana, quando aveva quindici anni ha utilizzato i soldi messi da parte per comprare un vitellino destinato al macello. Lo ha nascosto in casa diversi giorni, fin quando sua madre non lo ha scoperto. L’animale è stato donato ad un santuario animalista e ogni tanto va ancora a trovarlo.

Un vecchio orologio da parete ticchettava ritmicamente, dando la sensazione che il tempo scorresse più lento. Luna aveva le mani sudate e non faceva altro che tormentarsi i nastrini della felpa, il divanetto bordeaux dov’era seduta le toglieva il respiro, in effetti tutta la stanza era asfissiante. A sua madre aveva detto di essere a casa di Jessica ma in realtà appena suonata l’ultima campanella, aveva afferrato la cartina per recarsi verso lo studio del dottor Colonna. Night Wish, il ragazzo del forum, le aveva risposto quasi subito elogiando il dottore e indicandole indirizzo e numero di telefono, poi aveva chiesto quale fosse il suo problema, motivo per cui Luna decise di non rispondere ulteriormente. Aveva chiamato quella mattina e dall’altro capo l’aveva accolta la voce rauca di un vecchio fumatore. Luna si era chiesta se appartenesse al dottor Colonna o a un segretario, ma ora immobile nel silenzio della sala d’aspetto, si rese conto che non c’era alcun segretario. Dall’altra stanza giunsero voci ovattate e rumore di sedie, era lì da nemmeno cinque minuti e già era piena di dubbi, i rumori si fecero più frequenti, segno che stavano per aprire la porta. Avvertì l’istinto di correre via per tornarsene alla fase della negazione, ma s’impose di rimanere seduta, poi finalmente la porta si aprì. «La ringrazio dottor Colonna, alla prossima settimana». Vide uscire un uomo piccolino di mezza età, sembrava come ingrigito e Luna si rese immediatamente conto che doveva avere un sacco di problemi. «Signorina Autari?». Luna sussultò voltandosi verso il dottore, la voce rauca e profonda era la sua. Incrociò lo sguardo profondo di quello che sembrava un vecchio professore dell’ottocento, a Luna ricordò vagamente Freud. «Sì, sono io» balbettò incerta. Il dottore le fece segno di entrare.

Lo studio del dottor Colonna sembrava uscito da un’altra epoca, con la carta da parati scura e opprimente, i divani di velluto marrone e un’insolita moquette color topo. Quel posto in estate doveva essere un forno. Il dottore sedette calmo alla scrivania, mentre Luna studiò i suoi oggetti, come faceva sempre quando entrava in casa di qualcuno. Notò che non vi erano foto di famiglia, ma solo una pila di fogli gialli, un posacenere con una pipa elegante e una serie di oggetti curiosi. Spostò lo sguardo dalla clessidra con polvere dorata a quelle strane palline argentate che sbattono tra di loro all’infinito. «Allora, signorina Autari» quella voce d’oltretomba la riportò alla realtà «lei è maggiorenne spero». Luna fece un mezzo sorriso «Sì, ho diciannove anni, posso darle il documento se vuole». «No, mi fido» poi la osservò serio «perché è qui?». Lo fissò incerta, le parole impigliate in gola. Si chiese se tutti gli psicologi agissero così repentinamente, ma poi le venne un dubbio atroce, nessuno aveva mai menzionato la parola psicologo, neanche il ragazzo del forum. Scrutò veloce le pareti in cerca di una laurea trionfante, ma trovò solo splendide riproduzioni di Monet. Il dottor Colonna sembrò leggerle nel pensiero «Li trovo più belli di qualunque attestato» disse indicando i quadri «forse vuole farmi lei qualche domanda prima» proseguì piantandole addosso quegli occhi scuri. «Io non cerco uno psicologo» disse Luna in un soffio, poi alzò gli occhi con rinnovato coraggio «solo qualcuno che possa aiutarmi». Lui la seguì senza batter ciglio «credo di avere dei ricordi…bloccati» Luna esitò nell’incontrare gli occhi del dottore, temendo di vederci ilarità, ma li trovò incredibilmente seri. «Che genere di ricordi, d’infanzia forse?» «No, sono piuttosto recenti. Non so come spiegarlo, ma ho delle informazioni chiuse da qualche parte nella mia testa e devo tirarle fuori». A quel punto il dottor Colonna si grattò la fronte. «Non mi crede?» Chiese Luna con un filo d’ansia, ma lui si limitò a restituirle un altro sguardo duro. «Sono poche le cose a cui non credo, ma lei dovrà essere completamente sincera o non potrò aiutarla. Come le è venuta questa idea delle informazioni bloccate?» Luna scosse leggermente la testa. «Può fidarsi» la incoraggiò lui. «Ho incontrato una persona, in un contesto molto particolare e ricordo di aver pianto, le cose che disse mi avevano sconvolta, ma il giorno seguente ne avevo solo un vago ricordo e quelle parole, quelle informazioni, sono ancora nella mia testa, devo solo…tirarle fuori» riprese fiato, dopo aver gettato tutto fuori in pochi secondi. Si fermò incredula, rendendosi conto di averlo davvero raccontato a uno sconosciuto, ma quello sconosciuto non aveva riso di lei e forse era questo a lasciarla più interdetta. Decisamente il dottor Colonna non rideva, ma annuiva con aria grave. «Bene» disse «ma devo farle una premessa. Se ricorda di aver pianto e aver poi cancellato ogni cosa, potrebbero essere ricordi poco piacevoli. È sicura di volerli tirare fuori?». Un silenzio sospeso avvolse Luna e il dottore. Soppesò le sue parole, avvertendone la gravità, nonostante questo non riuscì a fermarsi dal dire «Sì».
Luna è l’irrequietezza giovanile. Incarna l’adolescente disagiato per eccellenza, distaccata dal coro e che si fa domande scomode e un po’ strane. La realtà è che tutti ci facciamo le stesse domande, la sola differenza è che in Luna c’è il rifiuto di indossare maschere e l’accettazione consapevole di ciò che comporta.
Daniel Monrow, 24 anni
Ha dei lunghissimi capelli corvini.
Il suo nome indiano è Wabli Naku Kiya (aquila che vola in lingua Lakota)

Daniel/Wabli nasce e cresce nella più piccola riserva indiana dell’Oklahoma, il 16 Giugno. La sua è una vita semplice, un lavoro umile presso la drogheria della vicina Hunter Creek e una casa modesta, ma per Daniel tutto ciò non rappresenta un problema. La sua vita è radicata nella riserva.

Un suo sogno ricorrente è vedere se stesso neonato e in braccio a suo zio Nuvola Rossa, che dopo averlo cullato lo getta sulle ali di un aquila in volo e si allontana.
Daniel fu investito dall’odore mellifluo e pungente del tabacco che Grande Quercia, seduto sulle pelli a gambe incrociate, triturava per riempire una grossa pipa scura. L’ambiente era rischiarato solo dal braciere al centro, le cui ceneri incandescenti creavano sulle pelli bagliori di luce mistica. Daniel sentì mancare improvvisamente l’aria, poi si calmò abituando il respiro all’ambiente. Alzò lo sguardo e incrociò quello severo di Grande Quercia, che senza proferire parola, afferrò dal pestello una manciata di erbe e le passò con cura a sua nonna assieme alla pipa. Daniel iniziò a capire, sapeva molto delle cerimonie indiane e quella che Grande Quercia si apprestava ad iniziare, era il rito Inikagapi. Ne ebbe conferma quando sua nonna compì i primi giri sacri attorno al tepee, seminando tabacco nelle quattro direzioni. Daniel aveva già sperimentato altre due cerimonie Inikagapi, ma entrambe le volte era stato preparato e sopratutto consapevole, non gli era mai successo di ritrovarcisi per caso. Ebbe giusto il tempo di sfilarsi la maglia per lasciar scorrere il sudore, poi la cerimonia ebbe inizio. «Hau Kola (ciao amica)». Iniziò Grande Quercia, picchiando con un bastone sulle pietre. Le parole del vecchio si susseguivano in un insieme di preghiere e invocazioni in Lakota rincorse dal tamburo, mentre sua nonna di tanto in tanto, versava acqua sulle pietre incandescenti, annebbiando la capanna. Daniel lasciò che la cerimonia facesse il suo corso, accordandosi ai tempi e ai ritmi della musica e alle parole sacre di Grande Quercia. Il vapore gli salì ben presto alla testa, gettandolo in uno stato di contemplazione fuori dal suo controllo. Con il volto che grondava sudore, percepì l’acqua scorrere fuori dai pori e scivolare nella terra e il vapore delle pietre bagnarlo di nuovo in un ciclo senza fine. Suo padre, Nuvola Rossa e Kari, pregarono per il destino di Daniel-Wambli, qualunque esso fosse. Wambli invece pregò per qualcos’altro, perché oramai sapeva cosa lo attendeva. «Prego per la mia Visione» disse «affinché si mostri a me chiara e precisa e affinché io possa portare a termine il compito che mi verrà affidato».
Daniel è un ragazzo tranquillo, semplice, un animo gentile e passionale, senza i classici tormenti giovanili. Per lui la felicità si trova in una giornata fruttuosa e nei piccoli gesti per aiutare chi ha intorno, non c’è mai furbizia o malanimo nei suoi intenti. Socievole e accondiscendente, ma anche cocciuto e fermo sulle sue posizioni. Se ama può donare tutto se stesso, fino ad annullarsi. Detesta le sue esplosioni di rabbia, rare ma particolarmente violente e poco controllate.


Adam Himovitch, 26 anni 
Indossa gli occhiali, non molto alto e di corporatura minuta.
Per Adam le responsabilità sono parte della vita, come anche l’impegno e il sacrificio. Gli piace pensare che arriverà lontano solo grazie a talento e dedizione e non per merito del suo cognome.

Nasce a Gerusalemme il 25 febbraio. La sua è una famiglia ricca ed influente, suo padre gestisce una casa di funerali in cui abita assieme al fratello più piccolo, Zach. Sua madre, affermata giornalista, ha divorziato e cambiato vita assieme ad un altro uomo. Adam è un brillante studente di medicina, prossimo alla laurea.

Adam ha rimesso piede nell’obitorio in cantina dopo circa dodici anni, solo dopo essere tornato a vedere le Ombre nella sua casa di funerali.
Adam aveva otto anni la prima volta che vide una Luce. Al tempo però l’aveva chiamata fantasma, spettro, una cosa orribile.
Benjamin, il suo amico di scuola investito da una macchina, era comparso quella sera stessa ai piedi del letto. Ricordava di essersi svegliato di soprassalto come in un incubo e di aver urlato tanto forte da svegliare i vicini. Benjamin si era spaventato più di lui e non era mai più tornato.
Da quel momento, ogni volta che la casa di funerali H. accoglieva un nuovo cliente, Adam era costretto ad incontrare il festeggiato. Durò qualche mese, in cui ogni singola sera se ne stava con gli occhi sbarrati dalla paura, rannicchiato nel letto, in attesa del fantasma di turno. Per la maggior parte erano anziani, i peggiori perché non lo lasciavano mai in pace con le loro raccapriccianti storie di giovinezza perduta.
Adam aveva smesso di mangiare, non aveva voglia di andare a scuola e non aveva neanche un amico. I suoi genitori lo portarono da ogni genere di specialista, “mutismo infantile”, “carenza di attenzioni”, erano di solito le diagnosi e Adam, nonostante la tenera età, aveva avuto il buon senso di non dire la verità.
Aveva pianto molto, da solo nella sua stanza e aveva combattuto contro quelle Luci, tentando di tutto purché non venissero a disturbarlo, compreso cospargere di sale la soglia della camera. Poi finalmente le Luci smisero di venire e Adam non le vide più aggirarsi per casa con fare inquietante, come questuanti in pena.
Quello stesso giorno, decise che non avrebbe mai lavorato all’impresa di famiglia, ma che anzi avrebbe fatto di tutto per tenere in vita le persone, perché aveva visto che la morte era una cosa penosa e tutto fu accuratamente seppellito nei meandri più reconditi della sua memoria. Se avesse potuto farsi estirpare i ricordi, lo avrebbe fatto senza indugio.
Talmente convincenti furono le sue giustificazioni e la sua realtà alterata, che Adam dimenticò quanto era accaduto e costruì una nuova vita, fatta di normalità e scelte oculate.
Ogni costruzione, ogni perfetta impalcatura creata in anni di lavoro, crollò improvvisamente in quel solo giorno, in quel singolo istante.
Se Adam fosse un oggetto, sarebbe l’ingranaggio di un orologio, una grande mente che lavora di continuo. Detesta non sapere e nei rari momenti di svago si ritrova a riflettere su cosi tante cose, da fondersi il cervello. Nella vita reale non va altrettanto meglio e spesso rimane incastrato tra le scomode dinamiche della sua famiglia; tra ruoli, responsabilità e sorrisi di facciata a cui non riesce o non vuole ribellarsi. Non manca di affetto per loro, ma è un sentimento quasi estraneo alla sua fredda razionalità, la sola eccezione è per suo fratello.



Keo Seeha, 22 anni
Capelli lunghissimi e polpastrelli sempre raggrinziti.
Keo sorride anche quando non deve, parla senza riflettere, ma mai a sproposito. Non le interessa del futuro e neanche del passato. Se le chiedi di stare seduta e ferma per pochi minuti, equivale a una tortura. È pigra, ma anche iper attiva, ironica su se stessa e sugli altri, logorroica e con infinite
cartucce di battute taglienti.

Keo vive in Laos sulle rive del Mekong, dove è nata e cresciuta. Sin da piccola trascorre le sue giornate nel fiume, tanto da essere diventata una rematrice esperta. Questo talento la condurrà a lavorare per due inglesi che organizzano gite turistiche in Laos.
  
Quando Keo aveva otto anni, scommise contro alcuni bambini che avrebbe nuotato da costa a costa sul Mekong senza mai tirare fuori la testa, altrimenti si sarebbe rasata tutti i capelli. Ovviamente perse, ma i bambini mai avrebbero pensato che Keo li tagliasse davvero. Quando sua madre la vide, pelata come un monaco, pianse ininterrottamente per una settimana. Anche se Keo non comprese il motivo di tanti drammi, per non darle dispiacere non tagliò mai più i capelli da quel giorno.
Keo si adagiò a terra, il busto posato contro un tronco, poi chiuse gli occhi.
La foresta adesso era meravigliosa e il modo in cui i suoi occhi l’avevano vista fino ad oggi, non era che un pallido archetipo. Ogni stelo e ogni albero, erano vivi e pulsavano di energia, aloni di luce brillavano attorno alle forme di vita immobili e non. Il flusso continuo e instancabile si propagava da uno all’altro, da una foglia a un insetto, dalla terra ai ristagni d’acqua, ogni cosa era lucente e in movimento.
 
Keo si sentì fluttuare, sospesa in mezzo a quel vortice quieto, abbandonò il suo guscio umano accanto al tronco e s’inoltrò nella vegetazione. Non seppe dire se stesse camminando o volando, tutto scorreva veloce e non aveva bisogno di cercare, perché sapeva dove ogni cosa era collocata nelle immediate vicinanze.
 
Le foglie baluginanti le sfrecciarono accanto, assumendo l’aspetto di strie luminose e quando la roccia le si parò davanti, non fu necessario deviare, perché anch’essa era viva e piena di energia, che lenta e antica, le permise di passarci attraverso.
 
Si fermò una volta giunta in prossimità di una casa legnosa e fatiscente; le assi erano marce, le pareti imbrattate di una sostanza nera e densa e il tetto era crollato per metà. Attorno alla casa, la luce della vegetazione era come spenta e le piante, seppur vive, apparivano avvizzite e grigie come polvere.
 
Lo trovò lì il monaco, seduto a terra accanto ad un braciere spento, a rimestare la cenere morta. Ovunque erano sparsi resti di cibo avariato e animali decomposti. Le vesti dell’uomo, una volta lucenti di giallo zafferano, erano fruste e imbrattate di nero, nulla in confronto al suo viso logoro e ai suoi occhi, vuoti e rassegnati.
 
Il monaco non poteva vederla, ma alzò comunque lo sguardo, certo nel suo delirio che qualcosa stava cambiando.
 Poi Keo la vide, delinearsi tra i contorni bui della casa, prendere forma tra la polvere e il sudiciume, grande quanto tutta la casa e forse di più, curva sotto il tetto che mezzo crollato, permetteva all’Ombra del Gigante di ergersi nella sua colossale mole di oscurità. 
Keo lo osservò senza sentimento alcuno. Quella cosa esisteva, come esistevano lei e il monaco, ma qualcosa si era infranto in quell’equilibrio, perché se Keo non poteva aiutare il monaco sotto forma di pura Luce, l’Ombra poteva però avvelenargli il cervello. Keo non afferrò il perché, ma non se ne preoccupò, certa che una volta tornata nel suo guscio umano, molte domande le avrebbero affollato la mente.
L’ombra del Gigante era vuota come un abisso e densa come una palude. La sua mastodontica figura se ne stava ogni giorno china sul monaco, infettandogli la mente, deviando le sue azioni e lacerando la sua anima. L’Ombra si accorse subito di lei e nei suoi occhi morti, percepì la Luce di Keo. Lo vide alzarsi, il corpo una volta fatto di roccia e alberi, ora era a brandelli, stracci di nero viscoso pendevano dagli arti avvelenando le vite più deboli attorno a lui.
 
Nonostante Keo si trovasse fuori dai dubbi della mente umana, rimase comunque ottenebrata dall’oscurità di quell’essere, che forse non si poteva più chiamare Ombra, perché era mutato in qualcosa di più oscuro e terribile.
L’Ombra si protese verso di lei, attirato dalla Luce come una falena dalla luna, ma Keo non poteva aiutarlo. Per millenni quell’essere aveva vagato solo sulla terra, dimenticando chi fosse e cosa cercare, ma qualcosa doveva essere cambiato e la sua oscurità si era fatta tanto profonda, da risvegliare una coscienza meccanica e spaventosa, qualcosa fatto di puro odio, una creatura mossa da tutto ciò che mina la Luce degli uomini.
Keo è libera, selvaggia e priva di etichette, vive alla giornata ed è sempre in ritardo. È fondamentalmente gentile, ma può diventare testarda come un mulo se contrariata. Ama sentir parlare gli altri, ascoltare i loro consigli e poi fare come le pare. La sua spontaneità è tanto genuina quanto scioccante. Keo è il genere di persona che piomba all’improvviso per smuoverti come un tornado, per poi sparire e lasciarti più agitato e felice di prima.
Salva
Salva
Salva

Nessun commento:

Posta un commento

I vostri commenti sono la linfa vitale del blog, lasciate un segno ツ